Dismorfismo
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Dismorfismo Corporeo (dismorfofobia)
diagnosi e cura del dismorfismo in psicologia emotocognitiva

Centro di Terapia Psicologia

 

Dismorfismo Corporeo (dismorfofobia)

Comprensione Disturbo di Dismorfismo Corporeo

valutazione in psicologia emotocognitiva del dismorfismo (dismorfofobia)

I soggetti con Disturbo di Dismorfismo Corporeo organizzano la loro vita intorno al “difetto”, spesso passando gran parte delle loro giornate a controllare il proprio aspetto fisico direttamente, o su qualsiasi superficie riflettente a loro disposizione (vetrine, vetri delle macchine, orologi, specchi ecc.).
Possono emergere comportamenti esagerati di pulizia del proprio aspetto, che richiedono al soggetto molto tempo (applicazioni ritualizzate di cosmetici, eccessi nel pettinarsi o nel togliersi i peli, manipolazione della pelle ecc.).
Alcuni soggetti che presentano tale disturbo, alternano periodi in cui mettono in atto un eccessivo controllo del proprio difetto, a periodi di completo evitamento arrivando ad evitare completamente qualunque superficie riflettente (ad esempio eliminando o coprendo specchi).
Sebbene il controllo del supposto difetto fisico, ed i rituali di cura ad esso connessi, abbiano lo scopo di far diminuire l’ansia legata al difetto, questi tentativi in realtà non solo falliscono, ma incrementano le tensioni psicofisiologiche, che diventano in seguito sintomo-specifiche, alimentando a loro volta le preoccupazioni ed i tormenti legati al proprio aspetto fisico. Si innesca così quello che in psicologia emotocognitiva viene definito loop disfunzionale ovvero quel processo circolare ridondante fatto di comportamenti, pensieri o azioni proprie e dell'ambiente in cui la persona vive, che tendono a mantenere e a peggiorare il problema anziché risolverlo.
I soggetti con Disturbo di Dismorfismo Corporeo sono soliti richiedere continue rassicurazioni circa il proprio aspetto fisico, ma il sollievo che il soggetto ne trae è nullo o comunque solo momentaneo. La continua richiesta di rassicurazioni, spesso rivolta ai propri familiari o a persone che quotidianamente si trovano a contatto con la persona con dismorfismo, spesso porta ad una riorganizzazione dell’intero sistema intorno al sintomo.
Spesso i pazienti con dismorfismo pensano di essere oggetto di derisione da parte degli altri, a causa del loro aspetto fisico (o difetto), motivo per cui possono arrivare a nascondere il proprio “difetto” (per es. portando un cappello per nascondere una supposta calvizie, facendosi crescere la barba per nascondere eventuali cicatrici ritenute deturpanti) o ad evitare attività quotidiane fino all’isolamento sociale estremo, arrivando ad abbandonare la scuola o ad evitare colloqui di lavoro (per es. uscendo solo di notte quando il soggetto non può essere visto, o rimanendo chiuso in casa anche per anni).
Il comportamento evitante messo in atto da tali soggetti non va confuso con il Disturbo Evitante di Personalità o con Fobia Sociale, in quanto le persone che presentano questa tipologia di disturbi, benché possano provare un forte imbarazzo a causa di qualche difetto fisico reale, questa preoccupazione non risulta essere predominante o essere causa di disagio o di menomazione. L’evitamento e la tendenza al ritiro sociale, non solo non risolvono il problema, ma a lungo termine possono peggiorare la situazione generando sintomi depressivi secondari.
Il disagio derivante dalla percezione del “difetto” può portare la persona con diagnosi di disturbo di dismorfismo a ricorrere continuamente a trattamenti medico generali, estetici, medico odontoiatrici o chirurgici al fine di migliorare il proprio aspetto. Il ricorso alla chirurgia estetica, e quindi la soluzione apparente del difetto, spesso comporta lo spostamento dell’attenzione su un’altra parte del corpo su cui si vorrà nuovamente intervenire, innescando un circolo vizioso, appunto il "loop disfunzionale".
Tutti i tentativi messi in atto dai soggetti con dismorfismo (quali l’evitamento sociale , il controllo eccessivo del difetto, i rituali di cura dell’aspetto fisico) per risolvere il problema e per evitare la sofferenza ad esso connessa, non solo non funzionano ma tendono a mantenerlo nel tempo incrementando le tensioni e aggravando la situazione.
Va ricordato che ogni tentativo di convincere la persona che il difetto non esiste o è esagerata la sua attenzione sul problema, oppure fornirle rassicurazione, o cercare di spiegare o di far capire che i propri comportamenti sono eccessivi o semplicemente dire alla persona "per me vai bene come sei", ecc. tendono a produrre nel paziente una reazione emotocognitiva di frustrazione, ansia e angoscia derivante da un incremento tensivo psicofisiologico. L'obiettivo quindi dell'intervento psicologico è proprio sbloccare il loop disfunzionale, attraverso specifiche tecniche cliniche, e portare il sintomo, quindi il disturbo, a remissione nei tempi più brevi possibili per ogni specifico caso e senza uso di farmaci. 

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