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Teoria emotocognitiva, come una nuova teoria può cambiare il modo di interpretare comportamenti, sintomi, disturbi e risultati di ricerche

La teoria emotocognitiva è un paradigma il cui fondatore è riconosciuto nello psicologo e scienziato italiano Marco Baranello. La teoria emotocognitiva già applicata dal 2003 nelle scienze psicologiche, prendendo in tale ambito il nome di psicologia emotocognitiva, ha cambiato radicalmente il modo di concepire, quindi di leggere e valutare, il funzionamento sistemico, sia a livello di un singolo individuo, sia a livello delle diverse forme di aggregazione di persone (società, organizzazioni, comunità). Come paradigma generale l’ottica emotocognitiva trova applicazione in diverse discipline.
Cambiare ottica significa cambiare interpretazione circa i fenomeni osservati, significa quindi cambiare interpretazione circa i risultati di ricerche, significa di conseguenza cambiare modalità organizzativa in ambito dell’intervento.
In ambito psicologico la teoria emotocognitiva rappresenta uno strumento conoscitivo che si fonda sull’idea che nel qui-e-ora, non si possa parlare in termini deterministici di causa ed effetto, ma che causa ed effetto coincidano, ovvero non esistano. Così non esisterebbe un’emozione che genera cognizione o viceversa. Ogni modificazione funzionale dell’organismo (o del sistema) è necessariamente emotocognitiva, ovvero un emotocognizione. Questo atteggiamento teorico fortemente focalizzato sul qui-e-ora delle funzioni psicofisiologiche di un organismo ha cambiato l’ottica rispetto alle vecchie concezioni che ancora parlano di “strutture psicologiche”, di  “strutture di personalità” o addirittura di “malattia mentale”. La psicologia è necessariamente uno studio funzionale quindi in psicologia è palesemente un errore parlare di “strutture” ma è necessario parlare di “processi” ovvero di modificazioni funzionali e non strutturali. Molte vecchie ideologie, soprattutto che fanno riferimento alle teorie psicodinamiche classiche come la psicoanalisi, amano ancora parlare di “strutture di personalità” e di “ristrutturazione profonda”, tutti concetti che ormai hanno un valore prettamente retorico-filosofico più che psicofisiologico. La moderna psicologia scientifica prende ormai le distante dall’impostazione filosofica della vecchia psicologia.
La psicologia emotocognitiva suggerisce di utilizzare in modo tecnico il colloquio psicologico e gli strumenti d’intervento psicoeducativo per finalità di riabilitazione funzionale. L’obiettivo della psicologia emotocognitiva è il recupero delle funzioni/abilità che risultano compromesse, andando a interrompere il circuito chiuso che autoalimenta un disturbo e che, Baranello, ha definito “loop disfunzionale.” Sbloccando il loop si apre la strada a una riabilitazione del tutto spontanea di tipo funzionale portando l’organismo verso un’auto-cura. Lo psicologo emotocognitivo altro non fa che applicare i principi della teoria emotocognitiva a interventi di tipo prettamente psicoeducativo, senza uso di psicofarmaci e senza psicoterapia. L’obiettivo è utilizzare, in ambito sanitario di tipo psicologico, strumenti conoscitivi e d’interventi di tipo psicologico per la riabilitazione funzionale.

In sintesi lo psicologo emotocognitiva:

  • utilizza come strumento conoscitivo la teoria emotocognitiva
  • utilizza come strumento d’intervento il colloquio psicologico
  • utilizza come metodo la psicoeducazione
  • orienta tali strumenti e metodi per finalità sanitarie in ambito psicologico
Quindi di fatto lo psicologo emotocognitivo utilizza tutti strumenti già a disposizione dello psicologo professionista ma orienta la psicoeducazione secondo le conoscenze apportate dalle teorie emotocognitive.
Una teoria, come detto, cambia il modo di concepire il funzionamento di un sistema e quindi anche il modo di studiare e di fare ricerca. Così ad esempio, mentre per alcune teorie un attacco di panico è un segno di un qualcosa che non funziona, per la teoria emotocognitiva rappresenta una funzione fisiologica dell’organismo tesa al ripristino di una condizioni omodinamica.
Questo significa che per la teoria emotocognitiva ogni organismo, in assenza di lesioni o specifiche condizioni mediche, è un organismo sano che, in caso di disturbo, si è organizza in modo disfunzionale a causa di una errata educazione scientifica circa il proprio funzionamento. Così la psicologia emotocognitiva non utilizza farmaci (essendo il problema funzionale non derivato da condizioni mediche) visto che il disturbo in corso non è una malattia e, allo stesso tempo, non utilizza psicoterapia, visto che il problema è esclusivamente legato a errata educazione funzionale, quindi non va “ristrutturata la personalità”, non va “indagato il passato”, non vanno suggerite “strategie comportamentali”. E’ sufficiente una rieducazione funzionale.
Questo ha portato come risultato finale a trattamenti di riabilitazione psicologica basati su psicoeducazione e sull’uso dello strumento sanitario del colloquio psicologico di durata piuttosto breve (in genere non si superano le 10 sedute con distribuzione degli incontri dilazionata nel tempo) con risultati di remissione sintomatologica spontanea che superano il 75% dei casi.

Attualmente la psicologia emotocognitiva è il modello teorico che fa da sfondo agli interventi sanitari in ambito psicologico dei centri di trattamento psicologico (CTPSI) con sedi a:

Milano, Padova, Bologna, Roma e Napoli

Info: www.ctpsi.it

 

 

 

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